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COP 30: quando la verità brucia più del clima

La COP (Conference of Parties) è quel momento dell’anno in cui volgiamo lo sguardo alla dimensione globale per capire meglio il nostro impegno locale verso l’ambiente. È l’occasione in cui osserviamo le decisioni dei 198 Stati, insieme ai gruppi di interesse di ogni settore, riuniti alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E, inevitabilmente, è anche il momento in cui misuriamo quanta strada resti ancora da percorrere verso la sostenibilità, la mitigazione e l’adattamento agli effetti sempre più evidenti della crisi climatica.

Per la terza volta da quando Un Posto in cui Tornare è nato, tiriamo le somme insieme. Dopo le ultime due COP — a Dubai (Emirati Arabi Uniti) e a Baku (Azerbaigian) — molte speranze erano riposte in questa trentesima conferenza a Belém, presieduta da Lula da Silva, che aveva costruito la sua rielezione in Brasile sulla promessa di salvaguardare la Foresta Amazzonica.

Le aspettative per questa COP30, definita dal Brasile “la COP della verità”, erano alte: la location in uno stato democratico, la vicinanza all’Amazzonia e il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi del 2015 facevano pensare a un momento decisivo.

Un’amara verità: ciò che non è stato fatto

La verità, purtroppo, è arrivata. Ed è stata amara.

A dieci anni da quell’impegno storico — mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto i 2°C entro la fine del secolo — è mancata del tutto una visione d’insieme orientata al bene della vita sul pianeta. Si è persa un’occasione per accelerare la transizione energetica globale e costruire un’economia circolare, libera dalle fonti fossili e dalle emissioni.

Se nel 2023, a Dubai, si era almeno introdotta l’espressione “uscire gradualmente dai combustibili fossili”, quest’anno quell’impegno è scomparso dal testo finale. Non è stato nemmeno approvato un piano strategico che indichi i prossimi passi verso la neutralità climatica. Manca, inoltre, un accordo formale sulla deforestazione.

Nonostante l’assenza del primo produttore mondiale di petrolio e gas, la posizione degli Stati Uniti — ritirati dagli Accordi di Parigi del 2015 — è stata sostenuta da Arabia Saudita, Russia e Qatar, che considerano l’abbandono delle fonti fossili una “minaccia esistenziale” per i loro Paesi.

(Perché invece non lo siano i disastri naturali e la loro crescente frequenza, con costi in vite umane ed economici, rimane un paradosso evidente.)

Anche l’Unione Europea ha deluso, perdendo credibilità e l’occasione di trascinare con sé la Cina e altri grandi attori in un’alleanza davvero decisiva per la salute del pianeta. L’Italia, insieme a Polonia e Ungheria, non ha sostenuto la roadmap discussa alla COP30, aggiungendo un’ulteriore nota negativa al quadro generale.

Cosa è stato fatto

Gli unici impegni che portiamo a casa sono di carattere volontario, riservati agli Stati che intendono rafforzare il proprio percorso climatico: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5, unico richiamo concreto all’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C entro il 2100.

Sono stati inoltre adottati:

  • un’agenda per una giusta transizione, volta a garantire sostegno e tutele ai lavoratori e alle lavoratrici più esposti ai cambiamenti;
  • un piano operativo più chiaro per destinare i 300 miliardi — decisi lo scorso anno a Baku — ai Paesi più poveri.

Il diritto a essere coinvolti

Si ripongono già speranze nei prossimi incontri, tra cui quello previsto per aprile 2026 tra i Paesi favorevoli alla roadmap per l’uscita dai combustibili fossili. Alcuni di essi hanno anche protestato, guidati dalla Colombia, insieme alla società civile che è finalmente tornata a esprimere liberamente il proprio diritto alla protesta, dopo gli anni di silenzio imposto dagli Stati autoritari che avevano ospitato le ultime COP.

Parallelamente alla conferenza ufficiale, si è tenuto il contro-vertice Cúpula dos Povos, dove popoli indigeni e movimenti sociali hanno denunciato l’inerzia dei governi e discusso proposte di giustizia climatica, forti della loro conoscenza diretta della Foresta Amazzonica e degli altri territori minacciati dalla crisi climatica.

Grande attenzione è stata riservata alle migliaia di persone indigene provenienti da Brasile, Perù ed Ecuador, che hanno viaggiato per un mese e mezzo e tremila chilometri in una carovana fluviale lungo il Rio delle Amazzoni, la Amazon Flotilla. Questa ha raggiunto la COP30 insieme a numerose altre imbarcazioni di attivisti provenienti da tutto il mondo, dando vita alla Flotilla 4 Change.

Inoltre, venerdì 14 novembre, un gruppo di 50 persone indigene ha bloccato pacificamente l’ingresso principale dell’evento, chiedendo di essere incluse nelle discussioni e di ottenere il riconoscimento delle terre su cui vivono. L’annuncio del governo brasiliano di riconoscere 10 territori indigeni, ottenuto grazie alla mobilitazione dal basso, rappresenta un seme di speranza che vogliamo custodire e ricordare.

Una speranza ostinata

La speranza che “rompere le scatole” in modo pacifico — attraverso l’informazione, le richieste alle istituzioni, la partecipazione e il sostegno a realtà e iniziative ispirate alla giustizia sociale e ambientale — sia ancora la strada giusta. Una strada che, con persistenza e determinazione, può condurre a piccole ma grandi conquiste.

Anche solo per il gusto di non essere complici di un’amara verità che ancora troppa parte della popolazione fatica a riconoscere.

 

Fonti:
Durante la COP30 il Brasile ha annunciato che riconoscerà alle popolazioni indigene altri 10 territori: https://www.ilpost.it/2025/11/18/brasile-nuovi-territori-indigeni/
Alla COP30 i popoli indigeni stanno attirando l’attenzione: https://www.ilpost.it/2025/11/15/cop30-popoli-indigeni/
Com’è andata, alla fine, la COP30: https://open.spotify.com/episode/7m5eULprDQzVmNurJNPHMK
Fiamme e finanza alla Cop30: https://lucysuimondi.com/fiamme-e-finanza-alla-cop30/
Flotilla 4 Change: https://www.flotilla4change.org/about/

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